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Massimo Taparelli marchese D’Azeglio

( Torino, 24 ottobre 1798 , 15 gennaio 1866 )

 

Massimo d’Azeglio nasce a Torino in via del Teatro d’Angennes, l’attuale Principe Amedeo, dalla nobile famiglia Taparelli di Lagnasco, nell’attuale provincia di Cuneo, già discendente dei più antichi marchesi di Ponzone, feudatari del vercellese, viveronese. Figlio del marchese Cesare Taparelli, noto esponente della Restaurazione Sabauda e del cattolicesimo subalpino e di Cristina Morozzo di Bianzè, fu battezzato da Monsignor Giuseppe Morozzo, che sarebbe poi diventato cardinale. I genitori vissero dapprima nel Castello di Azeglio vicino al Lago di Viverone, ma tutti i loro figli nacquero a Torino. Dei suoi fratelli più noti alla storia si ricordano Luigi, che sarà consacrato gesuita e co - fondatore de La Civiltà Cattolica, e Roberto, che diventerà politico liberale come Massimo, promotore della campagna di emancipazione delle minoranze religiose del Piemonte. Gli altri cinque fratelli di Massimo morirono prematuramente: Giuseppe Luigi appena nato nel 1796, Melania appena dodicenne di etisia nel 1807, Matilde Ventiduenne nel 1813 ed Enrico nel 1824 (un fratello nacque morto). D’Azeglio racconta un episodio curioso: quando aveva quattro anni Alfieri lo condusse nello studio del pittore Francois-Xavier Fabre, che usò il piccolo come modello per il Gesù Bambino della Sacra Famiglia cui stava lavorando in quel momento. L’opera andò poi ad ornare una chiesa di Montpellier. A Firenze ricevette un’educazione severa: in casa i genitori gli imposero un forte senso del dovere e studiò presso le Scuole Pie di Via Larga. Alla fine del 1810 i D'Azeglio tornano a Torino, dove Massimo frequenta filosofia all’Università di Torino. Il padre, intanto forgiava nei figli uno spirito forte e pronto per le asperità della vita, li condusse a fare lunghe escursioni nei boschi simulando situazioni militari, li iniziò al fioretto, al nuoto e all’equitazione. Massimo d’Azeglio entrò come allievo ufficiale militare sottotenente di Cavalleria ( Reggimento “Reale Piemonte”). Tuttavia, dopo qualche mese, abbandonò la carriera militare per dissensi nei confronti della aristocrazia, ed entrò nella semplice fanteria (Guardia provinciale) con mansioni di segretariato, presso l’ambasciata sarda di Roma. Rientrato a Torino presso la famiglia, cambiò d’un tratto stile di vita dedicandosi interamente allo studio, continuando a dare ala precedenza alla pittura, tanto che dormiva « in mezzo ai colori, oli, le vernici, ». Il mutamento fu tuttavia troppo drastico; la salute di d’Azeglio ne risentì, conducendolo a una sorta di esaurimento nervoso. Costretto a un periodo di riposo, cominciò presto a sentire nostalgia dell’ambiente romano, dove sognava di poter riprendere il proprio apprendistato artistico. I genitori acconsentirono allo spostamento, nella speranza di assistere a un miglioramento di Massimo, e fu così che la madre, pur cagionale di salute, si trasferì con lui e con Enrico a Roma. D’Azeglio continuò la propria attività di pittore e letterato, alternandosi tra i salotti intellettuali di Roma, Firenze e Milano, dove conobbe Giulia, la figlia primogenita di Alessandro Manzoni, sposandola nel maggio 1831, nel 1834 rimase vedovo, da questo matrimonio nacque la loro unica figlia Alessandra. Nel 1829 soggiornò a Sant’Ambrogio di Torino per dipingere le tavole del libro La Sacra di San Michele illustrata e descritta che pubblicò a Torino nel 1829. A Milano giunse due anni più tardi, dopo la morte del padre. Il clima ambrosiano si confaceva assai meglio al suo spirito libero. In questo contesto di fioritura delle arti presentò quindi tre dipinti all’Esposizione di Brera, un paesaggio e due soggetti storico-patriottici ( La disfida di Barletta e la battaglia di Legnano) Il primo fu acquistato dall’arciduca Ranieri, vicerè austriaco, mentre le altre due tele finirono nella prestigiosa collezione del patrizio Alfonso Porro Schiavinati. Massimo d’Azeglio si cimentò anche come scrittore, scrisse il romanzo storico Ettore Fieramosca (1833) ispirandosi quindi anche in letteratura al famoso protagonista della disfida di barlettana. Nel 1834 fu tra i primi frequentatori della casa di Clara e Andrea Maffei in via Tre Monasteri. Il 24 agosto del 1835 sposò in secondo nozze Luisa Maumary, vedova di suo zio Enrico Blondel, lo stesso ritornò a Torino, dove cominciò a interessarsi di politica attraverso il Re Carlo Alberto, con approccio liberale moderato. Nel 1838, a Firenze, conobbe il marchese Carlo Luigi Torrigiani, cui sarà legato da fraterna amicizia e da ideali patriottici. Nel 1848,Massimo D’Azeglio diventato colonnello fu un prima linea nelle operazioni militari che coinvolsero il settentrione orientale della penisola. Si distinse come capo della difesa di Vicenza, in missione militare condotta con grande coraggio. Viene eletto deputato del Parlamento Subalpino, per il collegio di Strambino. A Torino prepara delle stampe “Timori e Speranze, pamphlet” antirepubblicano composto durante la permanenza a villa La Scalère. L’opera, rifiutata dall’editore Le Monnier, fu pubblicata dai librai locali Giannini e Fiore, a cui d’Azeglio consegnò l’opuscolo Ai suoi elettori, scritto dopo aver considerato la necessità di candidarsi per la nuova legislatura. Ai suoi elettori, colpì per la sincerità e la purezza d’intenti, ed aveva tutti i crismi per essere considerato un capolavoro di letteratura politica, se è vero che fu definito « ciò che di più perfetto è uscito dalla piuma di D’Azeglio ». Ma venne eletto Vincenzo Gioberti. Massimo D’Azeglio abbandona la città, e già a fine gennaio prese la volta di Genova, sostandovi una decina di giorni. Prosegui verso la Toscana, giungendo a Pisa, ospite della famiglia Giorgini, con l’intenzione di continuare fino a Firenze per riprendere la figlia, che studiava nella città retta dal governo Guerrazzi. Nei medesimi giorni il Granduca Leopoldo II era stato costretto alla fuga, mentre Guerrazzi, memore degli articoli azegliani apparsi su La patria e dell’ancor fresca inventiva antirepubblicana di Timori e Speranze, dispose l’arresto del d’Azeglio. Questi riuscì però a mettersi in salvo, grazie a un avvertimento segreto che l’amico Marco Tabarrini gli fece pervenire.Massimo D’Azeglio pensò di ritirarsi a vita privata e ritornò a Sarzana, ma viene convocato dal nuovo Re Vittorio Emanuele II, e d’Azeglio si vede nuovamente proposta la presidenza del Consiglio, D’Azeglio fece di tutto per rifiutare, conscio di dove assumere le redini in un momento estremamente difficile, ma dovette piegarsi alla volontà del sovrano quando questi, il 6 maggio firmò il decreto di nomina del nuovo Primo Ministro. D’Azeglio divenne Primo Ministro del Regno di Sardegna dal 1849 al 1852, costituendo quindi il cosiddetto Governo D’Azeglio I, in uno dei momenti più drammatici della storia del paese, al termine della Prima guerra d’Indipendenza.

Nei primi mesi si adoperò per concludere la pace con l’Austria, lavorando assieme al Re ai celebri proclami di Moncalieri, la cui ratifica definitiva avvenne con quello del 20 novembre. Emanuele D’Azelio, nipote dello statista, ricorderà più avanti che Massimo D’Azeglio aveva consigliato al Re d’atterrare i Titani, egli lo considerava come il fatto più importante della sua vita politica, ed il più segnalato servizio che aveva reso alla Dinastia ed al Paese. L’anno successivo d’Azeglio si dimostrò favorevole alle famose leggi Siccardi, che abolirono i privilegi del clero e attirarono sul Gabinetto le feroci critiche della Chiesa, incarnatesi con particolare veemenza negli articoli de sacerdote sanremese Giacomo Margotti e nelle clamorose manifestazioni di rabbia dell’arcivescovo di Torino Luigi Fransoni, che arrivò a negare, in punto di morte, i sacramenti al Ministro dell’Agricoltura Santarosa. In sostituzione del Santarosa, d’Azeglio fece il nome di Cavour, cui era legato da una vecchia amicizia, nonostante le reticenze di Vittorio Emanuele, Camillo Benso conte di Cavour fu nominato ministro con un decreto dell’11 novembre. D’Azeglio non amava tanto la politica, e rimpiangeva i tempi della giovinezza, delle conversazioni nei salotti e la pittura. Nella seduta parlamentare del 12 febbraio 1851 D’Azeglio fece un discorso politico dove esprimere la concezione della carica che era stato chiamato a ricoprire, facendo esaltare l’importanza della rettitudine e della gentilezza, ritenute come qualità somme per chi voglia condurre un politica di giustizia. Gino Capponi lodò la relazione, mentre il Bersezio si spinse fino a definire le parole espresse come le più nobili. Nell’estate del 1851, approfittando di un momento di relativa quiete, ebbe la possibilità di rinfrancarsi con una vacanza nell’amata riviera ligure. Verso la metà di luglio raggiunse quindi villa Oneto, a Sestri Ponente. Tornato a Torino, dopo mesi di calma, il Gabinetto si trovò a dover fronteggiare una situazione molto delicata. Cavour stava prendendo in mano le redini del Governo, e aveva cominciato ad avvicinarsi al centrosinistra, sostenendo la candidatura di Urbano Rattazzi, avversario del D’Azeglio, alla presidenza della Camera. Quando Rattazzi fu eletto nonostante l’assoluta opposizione del Primo Ministro, la legislatura piombò nella crisi più nera. Non vedendo via d’uscita, D’Azeglio si dimise il 12 maggio del 1852, ma Vittorio Emanuele II volle rinnovagli la fiducia e 4 giorni dopo destituì il Consiglio rimettendo in carica d’Azeglio, che ricompose il Gabinetto in cinque giorni, estromettendo Cavour, Farini e Galvagno, facendoli sostituire da Cibrario, Boncompagni e La Marmora. Rieletto quindi Primo Ministro, visse per pochi mesi l’avventura del cosiddetto Governo D’Azeglio II, dal 21 maggio fino al 4 novembre del 1852. La seconda legislatura cominciò con le inaspettate manifestazione di calore e vicinanze giunte dall’Inghilterra, dove il conte di Malmesbury, Ministro degli Esteri, elogiò D’Azeglio durante una seduta della Camera dei Lord, mentre Lord Palmerston e Disraeli parlarono in favore del Nostro alla Camera dei Comuni. Palmerston arrivò addirittura a definire la Costituzione sarda come un modello che tutte le nazioni le nazioni d’Europa avrebbero dovuto imitare. Nell’autunno del 1852 veniva a sapere dalla moglie Luisa che erano stati ritrovati album e studi di quadri accantonati parecchi anni prima. D’Azeglio chiese con insistenza di riaverli, rivolgendosi anche a quanti ricordava di averne prestati. Poiché il nipote Emanuele si trovava in Inghilterra, gli chiese di ottenere per lui commissioni artistiche, e lo scopo non tardò a realizzarsi. D’Azeglio si recò oltre la Manica per i numerosi lavori che gli erano stati offerti, desideroso di ringraziare inoltre quegli uomini politici che lo avevano sostenuto negli anni trascorsi alla Presidenza del Consiglio. A Londra fu ricevuto dalla Regina Vittoria e da Alberto che lo invitarono a pranzo a corte. Rifiutò inoltre le onorificenze di cui voleva insignirlo il sovrano. Tuttavia, pur volendo ritirarsi della cosa pubblica,continuava, per necessità e per amor di patria, a seguire da vicino l’evolversi della situazione politica: Cavour lo teneva in grande considerazione e si avvaleva costantemente del suo aiuto. Quando, nel dicembre 1854, il Piemonte guadagnò rilevanza internazionale aderendo all’alleanza con Francia e Inghilterra inviando un proprio contingente in Crimea in risposta alle sollecitazioni delle due grandi potenze europee, d’Azeglio si schierò tra i sostenitori dell’intervento. Il panorama politico era diviso sulla questione, tanto che il Ministro degli Esteri da Bormida si dimise protestando contro la decisione del governo, ma Cavour, favorevole all’alleanza, riuscì con la consueta abilità a prevalere, proponendo al Nostro un nuovo mandato alla Presidenza del Consiglio. D’Azeglio rifiutò l’offerta, ma sostenne Cavour, nei propri obiettivi politici, conscio anch’egli dell’importanza decisiva di un futuro apporto francese e inglese per la causa risorgimentale. L’alleanza fu votata il 10 febbraio alla Camera e il 3 marzo al Senato. Una lettera a Teresa Targioni del 25 gennaio, al pari di quanto scrisse un mese più tardi, certificando come D’Azeglio non avesse lesinato energie per giungere a questo risultato. Nello stesso periodo il clima politico viveva una situazione infuocata anche per l’approvazione delle legge sui conventi, che prevedeva la soppressione delle corporazioni religiose. La reazione del Cardinale Segretario di Stato Giacomo Antonelli chiamava in causa anche D’Azeglio; questi replicò stizzito con l’articolo Il Governo di Piemonte e la Corte di Roma. Gli anni passano e Massimo D’Azeglio non era più rivestito di alcun incarico politico, propendeva per una vita sempre più ritirata dalla cosa pubblica, pur continuando a parteciparvi con emozione e interesse. L’estate del 1856 lo vide più libero e con maggior tempo a disposizione, sicchè riuscì a soggiornare nell’amata Firenze e a rivedervi i numerosi amici che vi abitavano. Intanto, era nata a Torino una rivista, il Cronista, cui D’Azeglio cominciò a licenziare con cadenza regolare i suoi Racconti, leggende, ricordi della Vita Italiana, dove ricordava eventi e personaggio cui era legato, abbozzando già un proposito autobiografico che troverà sbocchi bene più importanti negli anni appresso. Fu proprio sulle pagine del Cronista che D’Azeglio fece apparire in ottobre un commosso ricordo dell’amico Giacinto Collegno, scomparso il mese prima. Con lui aveva perso “il solo amico nel quale avessi fiducia assoluta, ed al qual potessi domandare un consiglio né casi difficili”. Nell’estate del 1856 cominciò la costruzione di una villa a Cannero, sul lago Maggiore, dove poter trascorrere periodi di tranquillità lontano dalla vita cittadina, l’edificio, composto da due piani, fu definito da Massimo D’Azeglio «Cartagine sorgente», un luogo, come scrisse al nipote Emanuele , «dove al caso possa da un giorno all’altro trova ricetto, se un motivo qualunque m’obbligasse a dar un calcio alle grande umane ». Ricevette molte commissioni artistiche, tra questi dipinse nel 1858, per volere del sovrano, un quadro raffigurante l’entrata di Vittorio Amedeo II di Savoia a Taormina nel 1714. Venne il capodanno del 1859, e gli eventi che porteranno nel giro di due anni all’unità nazionale cominciarono a prendere una direzione precisa. Napoleone III ruppe con l’Austria, suscitando una vasta eco in Italia. D’Azeglio era a Firenze, sempre intenzionato a restare ormai in disparte, ma le novità lo indussero a tornare in azione. Il 13 gennaio Francesco Arese lo avvisava della possibile invasione austriaca del Piemonte. Il 18 gennaio D’Azeglio lasciò Firenze, dopo avere scritto a Cavour manifestandogli la propria adesione. Durante gli ultimi anni della sua vita, trascorsi sul lago Maggiore, si dedicò alla stesura delle sue memorie, pubblicate postume con il titolo I miei ricordi nel 1867.

Morì a Torino nel 1866.

 

Bibliografia

 

 

Massimo D’Azeglio, Italie de 1847 a 1865, Paris, Didier, 1867

 

Massimo D’Azeglio, Scritti politici e letterari, Vol. 1, Firenze, Barbera, 1872

 

Massimo D’Azeglio, Politica di Massimo D’Azeglio dal 1848 – al 1859, Torino 1884

Massimo D’Azeglio, Mie ricordi, Vol. 1, Firenze, Barbera, 1899

 

Luigi Chiala, Il Conte di Cavour (ricordi di Michelangelo Castelli),Torino, Roux, 2 vol. l, 1886